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Date: 07/04/2008 In principio erano le armi di distruzione di massa. Per prevenire il terribile attacco di Saddam al resto del mondo, partì la guerra all'Iraq. Poi si scoprì che le armi non c'erano, dunque non c'era nulla da prevenire. Allora si disse che bisognava colpire, a Baghdad, il più temibile alleato e foraggiatore e protettore di Al Qaeda. Poi si scoprì che i due nemmeno si conoscevano, anzi si odiavano. Poi si disse che eravamo lì per liberare gli iracheni da Saddam e dai suoi aguzzini della Guardia Repubblicana. Poi si scoprì che molti dei suoi aguzzini della Guardia Repubblicana, appena catturati, venivano travestiti da ufficiali del governo provvisorio insediato dagli angloamericani e rimessi in pista. Allora si disse che bisognava restare perchè gli iracheni lo volevano, infatti ci accoglievano come liberatori. Poi si scoprì che ci sparavano addosso. Allora si disse che eravamo lì per esportare la democrazia. Poi si scoprì che, già che c'eravamo, esportavamo anche la tortura (per esempio nel carcere di Abu Ghraib), dalla quale peraltro l'Iraq era da tempo un discreto produttore. Allora Giuliano Ferrara, che è molto intelligente, disse che c'è una bella differenza fra la tortura di Saddam e la nostra: lui i torturati mica li fotografava, noi sì perchè siamo democratici. Clic. Volete mettere la differenza? Allora si disse che bisognava restare per riportare la pace in Iraq, contro una guerra che prima non c'era e che avevamo scatenato noi. Poi si scoprì che la pace faceva più morti che la guerra. Allora si disse che bisognava restare per combattere il terrorismo. Poi si scoprì che di terroristi, in Iraq, non ce n'erano, almeno prima dello sbarco delle truppe occidentali: ne arrivarono migliaia da tutto il mondo arabo e ne sorsero molti in loco, dopo il nostro arrivo; insomma, il terrorismo, da quando lo combattiamo, aumenta. Allora si disse che bisognava restare perchè altrimenti sarebbe scoppiata la guerra civile tra sciiti e sunniti. Poi, consultando i libri di storia, si scoprì che quella irachena non conosce guerre civili, ma grazie alla nostra presenza sul posto ottenemmo anche questo risultato: scatenare la prima guerra civile della storia dell'Iraq. A quel punto il segretario di Stato americano Colin Powell ingranò la retromarcia: "Se gli iracheni non ci vogliono, ce ne andiamo". Ma dovette andarsene lui dalla carica di segretario di Stato, rimpiazzato da Condoleeza Rice.
[...] Tutti i capi di governo che hanno condiviso la scriteriata guerra di occupazione dell'Iraq, da Bush a Blair ad Aznar, sono precipitati ai minimi storici di popolarità, tranne uno: Silvio Berlusconi. Sia pure tardivamente, infatti, i media americani, inglesi, spagnoli e così via hanno smascherato le bugie dei rispettivi governi. Quelli italiani, se si eccettuano poche e trascurabili enclave della carta stampata, se ne sono ben guardati. [...] Ogni tanto, in Occidente, si leggeva o si sentiva dire che "prosegue la caccia alle armi di distruzione di massa" e che, "secondo indiscrezioni sarebbero state distrutte proprio alla vigilia dell'attacco": lo raccontò, tra gli altri, Silvio Berlusconi. Diavolo di un Saddam. Accumula per dieci anni le armi per distruggere, in massa, tutti i nemici che osassero avvicinarglisi. Poi gli capitano sotto casa gli eserciti americano e inglese, seriamente intenzionati a spazzarlo via, e senza alcun mandato dell'Onu. E lui che fa? Distrugge le armi di distruzione. Si autodisarma proprio in extremis. Così lo rovesciano, ma almeno non gli trovano niente. Tiè. Dispettoso, e soprattutto astuto. Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, Mondolibri, 2006 |
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